pàtria s. f. [dal lat. patria, propr. femm. sostantivato (sottint. terra) dell’agg. patrius«paterno»: v. patrio]. – Il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni.
E allora se è ovvio che la destra recuperi quell'unico riferimento culturale che ha vissuto pienamente nell'Italia fascista, e nei suoi ripetuti tentativi di soffocare qualsiasi altra cultura che non fosse quella strettamente nazionale, perché dovrebbero farlo anche i comunisti, perché dovrebbe farlo la sinistra?
L'Italia non esiste se non da un punto di vista giuridico, se non in forza di una Costituzione che cerca di tenere artificialmente in piedi ciò che non c'è né nel cuore delle persone che ne abitano i confini, è un'esistenza accettata perché imposta con gli strumenti propri dello Stato.
La globalizzazione ha ulteriormente indebolito quel poco di cultura italiana che il risorgimento prima e il fascismo dopo, avevano cercato invano di realizzare, e che l'Italia repubblicana è stata parzialmente in grado di realizzare tramite la televisione, la scuola e la cultura di massa.
Oggi i riferimenti culturali di un giovane nato nel nostro paese arrivano più dall'America e dall'Inghilterra che non dai confini nazionali, la musica, la letteratura, i vestiti non parlano più un unico idioma.
I sogni e le aspettative sono state resi omogenei dall'unica cultura che conta: il capitalismo.
Il capitalismo è l'unica ideologia delle masse, l'unica vera tradizione su cui si fonda la società contemporanea, i suoi dogmi contano più di quelli di ogni altra religione, le sue regole governano lo spazio globale senza particolare timore dei cosiddetti sovranisti che si stanno avvicendando in Occidente: lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro sono problemi comuni con cui tutti dobbiamo confrontarci, indipendentemente dal luogo in cui viviamo.
E allora, perché un comunista dovrebbe guardare ad uno spazio nazionale che esiste da ben pochi punti di vista? Perché cercare di rianimare il cadavere delle patrie, quando il nostro obiettivo è e deve essere quello della rivoluzione?
Aprendo il dizionario Treccani questa è la definizione di patria che viene fuori, una definizione che oggi più che mai appare in difficoltà per via di un fenomeno che ha modificato drasticamente i confini, la lingua, la storia, la cultura e le tradizioni: la globalizzazione. Per quanto certi riti e certe tradizioni facciano ancora parte del vivere quotidiano di molti popoli, in realtà i riferimenti culturali che ci troviamo davanti sono tutto fuorché nazionali, specialmente in un paese come l'Italia dove difficilmente si è mai potuto individuare una lingua, una cultura, e una storia.
Il risorgimento è stato un movimento elitario: l'Italia in pochi l'hanno voluta, in pochi l'hanno fatta e in pochi continuano a volerla.
Il Risorgimento è divenuto tanto "ufficiale" da non esistere nemmeno, se non in un'iconografia tanto onnipresente quanto neutra, fatta di statue e di cimeli. Cose di pietra e di metallo, insomma. Inesorabilmente fredde come soprammobili cui non si fa più caso, tanto sono abituali. (Valerio Evangelisti)Solo oggi una certa politica priva di idee ma in cerca d'autore sta iniziando a cavalcare il nazionalismo, un nazionalismo di contrapposizione all'Europa, in contrapposizione ai migranti, ma mai vero. È questo l'unico modo in cui il sentimento nazionale in qualche modo sembra avere appeal su una cittadinanza che a vario titolo non ha mai apprezzato l'unità tra regioni così diverse per storia, cultura e tradizioni, che ha sempre vissuto di differenziazioni tra Settentrione e Meridione, che ha accarezzato a vario titolo ipotesi secessioniste.
E allora se è ovvio che la destra recuperi quell'unico riferimento culturale che ha vissuto pienamente nell'Italia fascista, e nei suoi ripetuti tentativi di soffocare qualsiasi altra cultura che non fosse quella strettamente nazionale, perché dovrebbero farlo anche i comunisti, perché dovrebbe farlo la sinistra?
L'Italia non esiste se non da un punto di vista giuridico, se non in forza di una Costituzione che cerca di tenere artificialmente in piedi ciò che non c'è né nel cuore delle persone che ne abitano i confini, è un'esistenza accettata perché imposta con gli strumenti propri dello Stato.
La globalizzazione ha ulteriormente indebolito quel poco di cultura italiana che il risorgimento prima e il fascismo dopo, avevano cercato invano di realizzare, e che l'Italia repubblicana è stata parzialmente in grado di realizzare tramite la televisione, la scuola e la cultura di massa.
Oggi i riferimenti culturali di un giovane nato nel nostro paese arrivano più dall'America e dall'Inghilterra che non dai confini nazionali, la musica, la letteratura, i vestiti non parlano più un unico idioma.
I sogni e le aspettative sono state resi omogenei dall'unica cultura che conta: il capitalismo.
Il capitalismo è l'unica ideologia delle masse, l'unica vera tradizione su cui si fonda la società contemporanea, i suoi dogmi contano più di quelli di ogni altra religione, le sue regole governano lo spazio globale senza particolare timore dei cosiddetti sovranisti che si stanno avvicendando in Occidente: lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro sono problemi comuni con cui tutti dobbiamo confrontarci, indipendentemente dal luogo in cui viviamo.
E allora, perché un comunista dovrebbe guardare ad uno spazio nazionale che esiste da ben pochi punti di vista? Perché cercare di rianimare il cadavere delle patrie, quando il nostro obiettivo è e deve essere quello della rivoluzione?

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